La grande bellezza | 24 Emilia

Nel mezzo della pianura settentrionale del paese d’Israele si erge un monte, il Tabor. Gesù sale lassù, accompagnato dai tre discepoli più cari, Pietro, Giacomo e Giovanni, che diventano i testimoni della sua Trasfigurazione. Una luce abbagliante lo avvolge: è di story bellezza che Peter non vorrebbe più scendere.

Delicatamente, l’evangelista Luca suggerisce che story splendore ha un prezzo. Gesù sale sul monte Tabor proprio all’inizio del suo ultimo viaggio, che lo porterà a Gerusalemme, dove lo attende il disonore e la morte. È salito lassù “a pregare”. Vorremmo conoscere il contenuto di questa preghiera e in realtà possiamo: è sempre la stessa, ripetuta costantemente dopo il Battesimo nel Giordano di Giovanni. Ci viene consegnato in un momento supremo, nell’Orto degli Ulivi: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice; tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42). I testimoni sono gli stessi tre discepoli, che videro la gloria sul monte e ora vedono Gesù coperto di sudore di sangue, come lo aveva visto il profeta Isaia: «Uomo dei dolori, come uno davanti al quale ci si copre il volto», perché tanta sofferenza e angoscia sono insopportabili per chi è spettatore.

Dobbiamo immaginare che sul Tabor Gesù abbia vissuto la stessa angoscia del Getsemani. Tuttavia, arrivano due consolatori, i massimi rappresentanti della storia di Dio con Israele, la Legge ei Profeti, Mosè ed Elia. Gli parlano del suo “esodo”, che avverrà nella Città Santa. Questa parola indica prima di tutto la morte; allo stesso tempo, però, ci ricorda il passaggio del Mar Rosso, la liberazione del popolo di Dio dalla schiavitù dell’Egitto. Mosè ed Elia dicono a Gesù che il suo sacrificio sarà per la salvezza del mondo. Infatti, la liberazione dall’Egitto spirituale del male porta a sperimentare la luce amica che vuole avvolgere ogni uomo e che indica una comunione per sempre, una partecipazione alla vita divina.

Quanti di noi sono disposti a scalare quella montagna oa seguire Gesù nel suo esodo? L’Egitto spirituale ha armi molto più potenti dei carri e dei cavalli del Faraone.

In sostanza, ci viene detto che il Vangelo è una bella favola: bella sì, ma una fiaba. A cosa serve un crocifisso? Ne abbiamo già tanti, schiacciati dalle guerre, annegati in mare, violati nella loro dignità, uomini e donne “scartati”, come cube il Papa: in verità, non servirebbe la poesia, ma un potere che renda giustizia, guarisca le ferite di un’umanità così dolorosa.

Tuttavia, c’è una sfida ancora più radicale. A Gesù si oppone non l’inutilità di un visionario, ma un’alternativa sprezzante, grazie alla quale l’Egitto spirituale rivela il suo volto, che è il volto della morte, come se dicesse: smettetela di ingannare gli uomini con racconti di progresso. , sulle vittorie della scienza, perché ciò che vince è il male; sappiamo che la scadenza è la morte, ma finché possiamo, cerchiamo di stare dalla parte giusta. Non potremo portare con noi i soldi quando moriremo, ma, almeno, accumuliamoli e godiamoceli, senza gli scrupoli dei moralisti. La guerra genera mostri atroci, ma è un gioco grande e affascinante, in cui inganniamo consapevolmente noi stessi.

Una singolare coincidenza riassume simbolicamente questi discorsi. La liturgia della Chiesa pone la memoria della Trasfigurazione sul Tabor il 6 agosto: lo stesso giorno dell’anno 1945 il mondo contemplava con sgomento il bagliore mortale della prima bomba atomica, sganciata su Hiroshima.

Il Faraone spirituale sta avendo un grande successo, perché sta togliendo il desiderio di vita. La grande domanda: “C’è una vita oltre la morte?” sembra non avere più importanza. Ci accontentiamo o ci arrendiamo. Per questo è importante guardare alla bellezza del Monte Tabor. È la bellezza dell’Uomo dei dolori.

La festa di oggi vuole farci scoprire la bellezza di un Dio crocifisso: è la bellezza dell’amore. La croce toglie ogni banalità alla frase: “Dio è amore”; infatti, «in questo sta l’amore: non siamo stati noi advert amare Dio, ma è stato lui advert amarci e a mandare suo Figlio come vittima dell’espiazione dei nostri peccati», come cube Giovanni uno dei testimoni del Tabor. (1 Gv 4,10).





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