quanto lontano sei arrivata, la nostra bellezza in rosso

La prima volta che si è presentato in pista con la Ducati 851 di Marco Lucchinelli caricata su un furgone OM Tigrotto, relitto delle Holding di Stato degli anni ’70. Period l’aprile del 1988, eravamo a Donington e cominciava la saga del Mondiale Superbike. Quando il bicilindrico a L si è avviato, il paddock si è fermato come per magia, attratto da quel suono strano e maledettamente affascinante. L’incantesimo è durato fino a domenica pomeriggio, quando la nazionale Fortunate è salita sul podio alla posizione più nobile. La Ducati period arrivata avventurosamente da Bologna, ma period partita con la corona d’alloro orgogliosamente esposta sul cofano. Non avrebbero potuto immaginarlo, ma quell’improbabile manipolo di tecnici brillanti e un po’ pazzi, guidati dagli ingegneri Massimo Bordi e Giangluigi Mengoli, affiancati in storage dal mitico Franco Farnè, period l’avanguardia di un esercito. Anno dopo anno, azienda dopo azienda, Ducati è diventata una macchina vincente. 31 Titoli Mondiali (17 Costruttori, 14 Piloti) e la bellezza di 313 vittorie. E portando 52 piloti sul podio 1000 volte.

La Superbike è il vero DNA di Ducati

Per quindici anni, dal 1988 al 2002, Ducati è stata la regina incontrastata della categoria. In seguito alle vittorie, il marchio italiano che i fratelli Castiglioni avevano subentrato alla gestione statale fallita, period diventato una multinazionale. Diventare uno standing image, un fatto di costume, proprio come la Superbike. Per un’intera epoca, il successo della moto di maggior successo e quello del campionato a cui ha preso parte sono andati di pari passo. Per questo, nel 2003, quando Ducati decise di fare il grande passo e di cimentarsi anche nella MotoGP, molti fan e clienti lo videro come un tradimento. Il marchio passato sotto il controllo di Audi sta mettendo in campo grandi energie per vincere nella classe regina. Ma se vuoi correre nella serie delle stelle, il cuore della Ducati batterà sempre più forte per il vecchio amore della Superbike.

L’Italia che ci piace

Anche se l’azionista di maggioranza è tedesco, va riconosciuto che Ducati continua a spruzzare l’italianità da ogni poro. Non potrebbe essere altrimenti, visto che le menti che progettano, i meccanici che costruiscono e tutti gli uomini e le donne che lavorano per fare successi, sono italiani. Nemmeno Honda, il più grande colosso del pianeta motociclistico, può vantare numeri simili. Ovvero, una story massa di trionfi accumulata dalle moto da corsa derivate dalla produzione in serie di sei numerous generazioni. Dalla mitica 851 V2 a L di Marco Lucchinelli alla Panigale V4 R di Alvaro Bautista, una fantastica carrellata di ricordi, tecnologia e intuizione passa davanti ai tuoi occhi. Una serie che non si esaurisce e trova nuova linfa in ogni nuovo progetto per continuare a vincere. Questo è il made in Italy che ci piace.

Manca la glassa

Dall’alto di un palmares di questo genere, però, la Ducati non vince il Mondiale Superbike dal 2011, con Carlos Checa. E, aspetto ancora più doloroso, l’ultimo missile rosso, la Panigale V4 R, non ha mai vinto il campione del mondo, anche se ha portato in casa 70 vittorie. Cancellare questi punti renderebbe la saga dei Crimson davvero inimitabile. L’ultimo gradino spetta advert Alvaro Bautista, che nel minuscolo circuito di Most, in Repubblica Ceca, ha tagliato lo strepitoso traguardo dei mille podi. Con la vittoria di oggi, la settima dell’anno, lo spagnolo ha fatto un altro passo avanti. Ma il traguardo è ancora lontano, anche se a metà l’inerzia sembra favorevole. Adesso la Ducati è un esercito formidabile e nel paddock giganteschi furgoni (rossi) hanno preso il posto dell’OM Tigrotto di un tempo. Manca solo la corona d’alloro sul cruscotto. Quello più doloroso sarà uno dei più belli da conquistare.

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