Uccisione di animali: quando è reato?

Non è possibile sparare ai cani che sono sfuggiti al controllo dei padroni, a meno che non sussista un concreto pericolo per la propria incolumità personale.

La legge tutela gli animali punendo chi, immotivatamente, fa loro del male o li uccide. Per queste persone il Codice penale prevede la pena del carcere ed esclude la possibilità di ottenere il “perdono” per particolare tenuità tutte le volte in cui si è agito con crudeltà. Insomma: gli animali meritano piena protezione legale. Con questo articolo ci soffermeremo proprio su questo argomento, rispondendo nello specifico alla seguente domanda: quando l’uccisione di animali è reato?

Su questo punto, la Corte di Cassazione si è dimostrata molto severa, ritenendo che il crimine debba scattare ogni volta che sia fatto del male a un animale senza che ve ne sia l’indifferibile necessità. Come vedremo, sulla scorta di questo principio, la Suprema Corte ha condannato l’uomo che ha sparato e ucciso due cani che si aggiravano minacciosi nella sua proprietà. Se l’argomento ti interessa e vuoi saperne di più, prosegui nella lettura: vedremo insieme quando l’uccisione di animali è reato.

Uccisione animali: cosa cube la legge?

Per il Codice penale [1], è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni chi, per crudeltà o senza necessità, provoca la morte di un animale.

Come si evince da quanto appena detto, la legge non punisce ogni tipo di uccisione di animali, ma soltanto quella ingiustificata, fatta per mera cattiveria oppure senza un reale bisogno.

Uccisione animali: i presupposti del reato

L’uccisione di animali costituisce reato solamente se ricorrono i seguenti presupposti:

  • il fatto sia avvenuto volontariamente, cioè con dolo;
  • il fatto sia ingiustificato.

Sotto il primo punto di vista, il reato di uccisione di animali scatta solamente se la morte è provocata di proposito, quale conseguenza voluta della propria azione criminale. Ciò significa che non commette reato chi investe un cane o un gatto perché non l’ha visto attraversare la strada oppure perché non ha fatto in tempo a sterzare.

In buona sostanza, la legge punisce solamente l’uccisione dolosa degli animali, non anche quella colposa, causata da negligenza o imprudenza.

Per quanto riguarda il secondo presupposto, quello cioè dell’assenza di giustificazione, si ha uccisione di animali penalmente perseguibile solo se essa è avvenuta per crudeltà o senza una reale necessità. Ciò significa che non è reato applicare l’eutanasia a un animale, se la morte è provocata per evitare sofferenze a un animale anziano oppure malato.

Ugualmente, non è reato uccidere un animale per salvare sé stesso o altri dalla sua aggressione: si pensi al padre che, pur di strappare il proprio figlioletto dalle fauci di un cane di grossa taglia, si veda costretto a ucciderlo.

Quando è reato uccidere un animale?

Secondo la Corte di Cassazione [2], è reato uccidere un animale se non c’è il rischio concreto di un’aggressione oppure se il pericolo è oramai scampato.

Nel caso affrontato dai Supremi giudici, un uomo è stato condannato per aver ucciso a colpi di fucile due cani lupo che si trovavano davanti alla porta di casa. Secondo la Cassazione, l’imputato ha agito in maniera ingiustificata e violenta, non rappresentando i due animali un pericolo per la sua incolumità personale. Di qui il diritto al risarcimento dei danni a favore dei proprietari dei due quadrupedi.

Le cose erano andate diversamente in primo grado: in story sede, l’uomo period stato assolto in quanto, secondo il giudice, egli aveva agito in preda al panico, nella convinzione di trovarsi in una situazione di pericolo e di minaccia, sebbene i cani fossero sull’uscio di casa mentre l’imputato al sicuro all’interno.

In appello, invece, la sentenza veniva completamente ribaltata: l’uomo veniva riconosciuto colpevole in quanto non sussisteva alcun pericolo per la sua incolumità.

In effetti, period vero che i due cani erano sfuggiti al controllo dei proprietari, che li avevano a lungo cercati e avevano allertato anche il sindaco e la Polizia municipale, e che poi si erano spinti fino alla casa dell’uomo. Ciò, tuttavia, non giustificava affatto la loro uccisione.

Uccisione di animali: quando c’è stato di necessità?

La Corte di Cassazione afferma che lo stato di necessità che giustifica l’uccisione di un animale sussiste solamente quando vi è «una situazione di attuale ed imminente pericolo alla incolumità personale che non sia altrimenti evitabile».

Ebbene, nella vicenda presa in esame «proprio il requisito della inevitabilità del danno o del pericolo è carente» poiché, preso atto della presenza dei due cani lupo, «l’uomo si period rifugiato all’interno della sua abitazione» e questo dettaglio, osservano i giudici della Cassazione, consente di escludere per lui «una situazione di attuale e imminente pericolo».

In quest’ottica, i Giudici aggiungono che «se l’uomo ha agito dietro la convinzione di temere un assalto da parte dei due cani lupo, non si comprende per quale motivo non abbia chiamato i carabinieri o il personale della forestale», essendo egli al sicuro dentro casa, e aggiungono poi che «non è possibile conciliare la prospettazione difensiva con la decisione dell’uomo di gettare le carcasse dei due cani sul greto del torrente» dopo averli uccisi a fucilate.

Nulla importa che gli animali si trovassero all’interno della proprietà privata dell’imputato: ciò sicuramente non ne giustificava l’uccisione la quale, come ribadito più volte, è tollerata dalla legge solo se assolutamente necessaria.


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[1] Artwork. 544-bis cod. pen.

[2] Cass., despatched. n. 27197/2022.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. pen., sez. III, ud. 18 maggio 2022 (dep. 14 maggio 2022), n. 27197

Presidente Ramacci – Relatore Magro

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza del 15.09.2020 il Giudice di Tempo di Parma ha assolto l’imputato D.G. per il reato di cui all’artwork. 638 c.p., commesso in relazione all’uccisione con un fucile da caccia di due cani di razza “lupo cecoslovacco”, di proprietà di P.A. e B.G. , costituiti parti civili. Gli animali erano da poco scappati dal loro recinto e si erano spinti fino innanzi al portone della sua abitazione. Il Giudice di prima istanza ha pronunciato sentenza di assoluzione ritenendo che vi fosse dubbio sulla prova che il fatto fosse stato commesso in presenza di una causa di giustificazione, in quanto l’imputato aveva agito nella persuasione di trovarsi in una situazione di pericolo e di minaccia della sua libertà di movimento e di godimento dei propri beni, senza tuttavia specificare quale fosse l’esimente.
  2. La sentenza veniva impugnata dalle parti civili e, con sentenza del 3 maggio 2021, il Tribunale di Parma, in funzione di Giudice d’appello ha riformato la sentenza del Giudice di Tempo, previa riqualificazione del fatto ai sensi dell’artwork. 544 bis c.p., ed appurando in through incidentale la responsabilità dell’imputato, lo condannava al risarcimento dei danni in favore delle parti civili, da liquidare in separata sede, riconoscendo una provvisionale immediatamente esecutiva pari advert Euro 10.000,00.
  3. Avverso la sentenza D.G. ha proposto ricorso per cassazione, chiedendone l’annullamento.

2.1. Con il primo e il secondo motivo il ricorrente deduce l’inosservanza di norme penali in relazione alla sussistenza della causa di giustificazione della legittima difesa. Si deduce che il giudice di primo grado, sebbene non abbia espressamente qualificato l’esimente nel dispositivo, abbia fatto chiaro riferimento alla scriminante della legittima difesa, e non a quella dello stato di necessità che il giudice di appello ha ritenuto insussistente. Il Giudice di Tempo, in particolare, avrebbe fatto chiaro richiamo alla situazione di pericolo, alla necessità di un’azione difensiva a fronte di una situazione di aggressione, e alla ratio propria della scriminante della legittima difesa, ossia del bilanciamento degli interessi protetti in conflitto. Erra quindi il Giudice d’appello quando esclude la scriminante dello stato di necessità, dovendosi ricorrere alla più confacente scriminante della legittima difesa, posta a tutela di qualunque diritto e per la salvaguardia di qualunque bene giuridico, e non solo della vita e incolumità personale.

2.2. Con un terzo motivo il ricorrente deduce l’erronea qualificazione del fatto ai sensi dell’artwork. 544 bis c.p., anziché ai sensi dell’artwork. 638 c.p., comma 1, e l’erronea interpretazione della locuzione “senza necessità” contenuta in entrambe le norme. Il giudice d’appello ha infatti ritenuto la condotta dell’imputato come “non necessitata” ai sensi dell’artwork. 54 c.p., mentre essa in entrambe le fattispecie incriminatrici costituisce un elemento negativo della condotta che, peraltro, ha un ambito applicativo più ampio rispetto la causa di giustificazione, non necessariamente delimitato alla necessità di evitare un pericolo di vita, ma comprensivo anche di qualunque bene.

  1. Con requisitoria scritta il Sostituto Procuratore presso questa Corte, Dott. P. M., ha chiesto declaratoria di inammissibilità del ricorso.
  2. Con memoria ex artwork. 611 c.p.p., le parti civili hanno concluso per l’inammissibilità o il rigetto del ricorso.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è infondato. Il giudice di appello ha provveduto correttamente alla previa riqualificazione giuridica del fatto contestato all’imputato ai sensi della fattispecie di cui all’artwork. 544 bis c.p., essendo questa norma posta a tutela del sentimento di affezione che nutre l’uomo nei confronti degli animali, mentre l’artwork. 638 c.p., che prevede una clausola di sussidiarietà espressa se il fatto costituisce più grave reato, svolge una funzione residuale e speciale. Il caso di specie concerne due cani, sfuggiti al controllo dei proprietari che li hanno a lungo cercati, allertando anche il Sindaco e la Polizia Municipale.

Altro profilo attiene al requisito della “assenza di necessità” che ricorre peraltro in entrambe le fattispecie incriminatrici. In proposito, si ricorda che la giurisprudenza, lungi dall’interpretare la locuzione come perfettamente sovrapponibile allo stato di necessità di cui all’artwork. 54 c.p., ha tuttavia affermato che esso ricorre qualora sussista una situazione di attuale ed imminente pericolo alla incolumità personale che non sia altrimenti evitabile, come requisito rafforzativo della situazione di costrizione in cui si trova l’agente (Cass., Sez. 3, n. 49672 del 26/04/2018, Rv. 274075 – 01). In tal senso si è anche recentemente ribadito che in tema di delitti contro il sentimento per gli animali, la nozione di “necessità” che esclude la configurabilità del reato di uccisione di animali di cui all’artwork. 544-bis c.p. comprende non soltanto lo stato di necessità previsto dall’artwork. 54 c.p., ma anche ogni altra situazione che induca all’uccisione dell’animale per evitare un pericolo imminente o per impedire l’aggravamento di un danno alla persona propria o altrui o ai propri beni, quando story danno l’agente ritenga altrimenti inevitabile (Cass. Sez. 5, n. 8449 del 04/02/2020 Rv. 278660 – 02).

Pertanto, deve ritenersi che nella fattispecie richiamata ” la necessità”, da interpretare nel senso di inevitabilità del danno o del pericolo, sia elemento costitutivo del fatto tipico (o causa di esclusione della tipicità), e non causa di giustificazione. Ne segue che la valutazione non deve essere effettuata alla stregua dei criteri richiesti per lo stato di necessità o la legittima difesa quali trigger di giustificazione, venendo in rilievo la condotta alternativa che l’agente avrebbe potuto tenere.

Tuttavia, proprio questo requisito della inevitabilità del danno o del pericolo è carente nei fatti imputati al ricorrente, laddove il giudice d’appello ha evidenziato che il ricorrente si period rifugiato all’interno della sua abitazione, considerazione che esclude in radice una situazione di attuale e imminente pericolo alla incolumità personale laddove specifica, a pagina 7 della sentenza impugnata che “Se l’imputato avesse agito come dal medesimo sostenuto dietro la supposta convinzione di temere un assalto da parte di due lupi, non si comprende per quale motivo non abbia chiamato i Carabinieri o il personale della Forestale, nè è possibile conciliare la prpspettazione con la decisione di gettare le carcasse sul greto del torrente”. Quindi, anche con riferimento alle esigenze di tutela della libertà di movimento all’interno delle aree di propria proprietà, rileva la condotta alternativa che ben avrebbe potuto tenere l’imputato che, anche nella sua qualità di veterinario, avrebbe potuto segnalare la situazione alle autorità, peraltro già a conoscenza dello smarrimento dei due animali in quanto tempestivamente allertate dai proprietari. Elementi questi che hanno consentito di ritenere che l’uccisione dei due animali sia avvenuta senza alcuna necessità, potendosi prospettare azioni different meno gravose a tutela dell’interesse alla libera circolazione.

Nel caso di specie il giudice d’appello ha ritenuto vi fosse il requisito della “assenza di necessità”, quale elemento costitutivo necessario ai fini della integrazione della fattispecie incriminatrice, a prescindere dalla configurazione di una scriminante.

Nè il giudice di primo grado ha espressamente qualificato nel dispositivo l’esimente per la quale vi period dubbio, facendo chiaro riferimento alla scriminante della legittima difesa – di cui i ricorrenti invocano l’applicazione – e non a quella dello stato di necessità. Il Giudice di Tempo aveva invece fatto richiamo alla situazione di pericolo, e alla ratio del bilanciamento degli interessi protetti in conflitto alla stregua del principio di proporzionalità, comune sia alla scriminante della legittima difesa che a quella dello stato di necessità. Ne segue quindi che l’invocata scriminante della legittima difesa non ha trovato mai applicazione.

Il Giudice d’appello ha seguito una propria linea argomentativa coerente, confutato le argomentazioni della motivazione della pronuncia di primo grado in ordine al dubbi sulla configurazione della scriminante, e scardinato l’impianto motivazionale della pronuncia, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato. Infatti, il giudice d’appello che riformi la sentenza di primo grado, sostituendo alla pronuncia di assoluzione quella di condanna dell’imputato, è tenuto a dimostrare in modo rigoroso l’incompletezza o l’incoerenza della prima (Cass. Sez. U., 12/07/2005), dimostrando puntualmente l’insostenibilità, sul piano logico e giuridico, delle linee fondanti dell’impianto argomentativo della sentenza di primo grado, anche avuto riguardo ai contributi provenienti dalle parti, approdando così advert una motivazione che, sovrapponendosi pienamente a quella della decisione riformata, dia ragione delle scelte function e della maggiore considerazione accordata advert elementi di prova diversi o diversamente valutati (Sez. U., n. 45276/03, Andreotti; Cass. Sez.6, n. 6221/06, Rv. 233083, Aglieri).

  1. Il ricorso va dunque rigettato, poiché basato su motivi infondati, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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